Come San Giorgio: è tempo di combattere il “drago” della disaffezione

Scritto da on 15 Settembre 2019

Luci soffuse, nero prevalente. Avamposti di nebbia abbracciano la pietra nuda dell’antico castello, padrone di collina Monforte. E della città che addormentata riposa, ai suoi piedi.

L’odore d’autunno ghermisce le narici e i sensi, gli aghi del freddo penetrano la pelle; talvolta fino a pungere il cuore. Feriscono. Proprio come l’accento di negatività persistente, disgraziatamente appollaiato accanto alla sensazione d’appartenenza a questi luoghi, a questa nostra patria: Campobasso.

Il declino, il progressivo spopolamento, la disoccupazione, l’apatia, rappresentano le lame che armano la mano di un nemico invisibile, feroce quanto sfuggente: la disaffezione. Verso questa terra, verso questa città. Verso noi stessi.

Certo, di ragioni per piangere pure ne avremmo. Il Molise ha il tasso di crescita totale più basso di tutta Italia in termini demografici, qui si perdono 3mila residenti all’anno, qui è sempre più difficile realizzarsi professionalmente. “Da qui si può soltanto scappare” – dicono, spacciando l’addio come crisma dell’inevitabile: questione di risorse, per alcuni; di opportunità, per molti; di ambizione, per altri.

Questione di cuore: per pochi, pochissimi, che restano. A difendere mura e torri, baluardi d’identità. Nonostante l’invadenza di dubbi ricorrenti, nonostante le delusioni e gli schiaffi, i sogni scricchiolanti; nonostante la ragione guardi spesso da un’altra parte, nonostante un’angoscia serpeggiante riproponga ogni volta le stesse paure. Nonostante tutto.

Perché alla base di una scelta possono esserci spesso motivazioni ulteriori: più profonde, più sofferte, talvolta celate da carezze di malinconia, da radici appigliate all’abisso. E perché alcuni spiriti – ultimi romantici – il cuore hanno già deciso di seppellirlo qui: nello stesso luogo in cui sono nati. Come fosse il voto a una dea, un atto di adorazione, una lacrima lanciata nel vento. Poetica d’inconcepibile bellezza.

Non è un caso che, quando mi capita di esser distante, il pensiero di questa città torni a rincorrermi: nei paesaggi che vedo volare via dal finestrino notturno di un treno, nella nostalgia di certe memorie, nella solitudine dei giorni di pioggia.

Per quanto lontano io possa pretendere di andare, l’odore di questa terra mi respirerebbe inevitabilmente dentro. In ogni caso. Come fosse la voce di mia madre, come fosse il ricordo di un gioco che ho amato da bambino. Con lo stesso fascino di una cometa, di un’amante segreta che s’infila nel mio letto; con la stessa forza di una preghiera.

Al netto di ogni strada deserta, della staticità di giorni immobili, dei marciapiedi e dell’asfalto in dissesto, degli ingorghi in centro nel weekend, dei parcheggi che mancano e dei teatrini della politica.

Perché questa terra è più importante di tutto e sarebbe un attentato al buon senso pensare di poter delegare ad altri la missione di amarla.

Forse solo così ogni ferita potrà finalmente chiudersi; forse solo così smetteremo di strizzare l’occhio all’ilarità spicciola di chi sbandiera come slogan l’inesistenza di questa regione e di plaudire al comico che la sbeffeggia nei suoi film.

Forse solo così riusciremo a scovare, persino nel nero prevalente, quel nemico talmente subdolo da non voler farsi nemmeno combattere. È lei, la disaffezione, il nostro drago. E la storia ci chiama adesso ad essere più che eroi: santi, capaci di soggiogarla, con la lancia dell’identità. Amore è appartenenza.

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