Grasso: Brusca non è come Riina, il ravvedimento c’è stato

Scritto da on 8 Ottobre 2019

Niente domiciliari per Giovanni Brusca, in carcere da 23 anni per la strage di Capaci e altri crimini efferati come aver sciolto nell’acido il figlio tredicenne del pentito Giuseppe Di Matteo. A decidere che il boss mafioso resti in carcere, a Rebibbia dove è recluso, è stata la prima sezione penale della Corte di Cassazione, dopo che la Procura nella sua requisitoria aveva chiesto di negare i domiciliari chiesti da Brusca. “Brusca terminerà di scontare la pena in carcere nel 2022 se la Cassazione non aprirà ai domiciliari, ma potrebbe tornare libero alla fine del 2021 perchè ha uno ‘sconto’ di 270 giorni come previsto dal regolamento carcerario”, aveva spiegato l’avvocatessa Antonella Cassandro che ha firmato il ricorso all’Alta corte. “Nel parere negativo ai domiciliari, il Pg della Cassazione – ha reso noto Cassandro – ha condiviso il Tribunale di sorveglianza che ritiene che Brusca non si è ravveduto a sufficienza”. Invece Brusca, ritiene Cassandro, “non rifarebbe quello che ha fatto” e “ha dimostrato ravvedimento, come sostengono il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, la direzione del carcere di Rebibbia, le autorità di pubblica sicurezza di Palermo”. Per il legale comunque è “umanamente comprensibile” la posizione di contrarietà al beneficio espressa dai familiari delle vittime di Brusca.

Sull’argomento interviste con un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Pietro Grasso: “Sì, è vero, anch’ io posso ritenermi una vittima di Giovanni Brusca, perché ha progettato un attentato contro di me e voleva rapire mio figlio; ma pure perché tra le centinaia di persone che ha ucciso o di cui ha ordinato la morte c’ erano alcuni miei amici. Ma è pure vero che queste cose le sappiamo grazie a lui, alla sua collaborazione e confessione. Le ha dette anche a me, durante decine di interrogatori”.

“Quando ho avuto a che fare con lui avevo l’ obiettivo di cercare la verità – spiega Grasso – Non mi sono preoccupato di ottenerne le scuse o richieste di perdono, la legge per “ravvedimento” intende altro. Lui ha deciso di collaborare con la giustizia, rompendo ogni legame con Cosa nostra, rendendo dichiarazioni che hanno trovato riscontri e conferme. Il “pentimento sociale” richiesto dai giudici di sorveglianza secondo me è rappresentato anche dalla collaborazione che non s’ è interrotta in oltre vent’ anni, perché ha aiutato a scoprire la verità su ciò che era avvenuto e impedito ulteriori crimini”. “Per me è stato giusto che Riina e Provenzano siano rimasti in carcere fino alla loro morte, ma uno come Brusca non si può valutare alla stessa maniera. Ha scontato oltre 23 anni in carcere, e tra due anni la pena sarà esaurita, gode già di permessi che per certi versi gli concedono più spazi di libertà rispetto alla detenzione domiciliare: è la dimostrazione che collaborare paga. I magistrati hanno avuto tutti gli elementi per decidere, e io rispetto qualsiasi decisione” aggiunge Grasso.

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