Coronavirus, parrucchieri, bar e ristoranti non ci stanno. “Riaperture subito per chi rispetta le regole”

Scritto da on 27 Aprile 2020

Coronavirus, parrucchieri, bar e ristoranti non ci stanno. “Riaperture subito per chi rispetta le regole”

Le associazioni di categoria contro il rinvio delle aperture al 1° giugno: “Un altro mese chiusi e molte imprese rischiano di saltare”. Allarme Coldiretti per il settore agoalimentare: “Con la chiusura di bar e ristoranti 5 miliardi di danno”

parrucchieri non ci stanno e le estetiste nemmeno: due parrucchieri del centro di Padova si sono incatenati questa mattina davanti al proprio negozio. E ora protesta anche il settore agroalimentare per le conseguenze sul settore dovuta alla chiusura di bar e ristoranti. Riaprire a giugno non si può.

Anche il settore agroalimentare protesta per il differimento delle aperture di bar e ristoranti. Questo mese aggiuntivo di lockdown farebbe lievitare a 5 miliardi le perdite per il settore. Secondo un’indagine della Coldiretti, la spesa degli italiani per pranzi, cene, aperitivi e colazioni fuori casa prima dell’emergenza coronavirus era pari al 35% del totale dei consumi alimentari degli italiani per un valore di 85 miliardi di euro all’anno con un italiano su tre (37%) che consuma a casa o al lavoro pasti con consegna a domicilio, preparati da ristoranti, pizzerie, fast food o agriturismi. I nostri dipendenti stanno ancora spettando la cassa integrazione, il decreto liquidità stenta a decollare, oggi apprendiamo che potremo riaprire dal primo di giugno.

Lorenzo Bazzana, responsabile economico della Coldiretti, fa un appello: riapriamo tutto per chi ma soltanto per chi segue le regole. E spiega: “Il 35% dei consumi alimentari di questo paese sono extradomestici, nel momento in cui vengono chiusi bar ristoranti e agritiurismi tutto questo viene perso. Bisogna capire che il recupero nelle vendite alimentari non compensa la perdita della ristorazione. Ovviamente dobbiamo pensare alla carenza dei milioni di turisti. In più abbiamo il crollo dell’export. Prevediamo crolli verticali nelle vendite di vino, dei formaggi dop e dell’olio. E’ vero che aumentata di più del 200%  la vendita di farine da parte dei singoli acquirenti, ma questo non ha compensato la chiusura dei ristoranti che acquistavano grandi quantità e così abbiamo un meno 25% degli stessi sfarinati”.

E la Fipe Confcommercio aggiunge: “Forse non è chiaro che si sta condannando il settore della ristorazione e dell’intrattenimento alla chiusura. Moriranno oltre 50mila imprese e 350mila persone perderanno il loro posto di lavoro”.

Il settore di parrucchieri ed estetiste, che conta 135mila imprese e oltre 260mila addetti mette in scena la protesta e minaccia la disobbedienza civile, spalleggiato dalle associazioni di categoria. Il malcontento si è rapidamente diffuso in tutta Italia. Da Milano alla Sicilia. “La maggioranza degli esercizi rischia di non aprire più i battenti, occorre subito ripensare l’agenda e intervenire urgentemente al sostegno economico di un settore pronto alla rivolta”, si legge in una nota dell’Unione Artigiani di Milano e di Monza-Brianza. Durissima a Firenze Daniela Vallerano, presidente di Cna Firenze Estetica: “Un colpo durissimo e una scelta che ci ha sbalordito. Essere considerati la categoria più rischiosa di tutte è fuori luogo: tutti i centri estetici e tutti i coiffeur, già in condizioni di normalità, rispettano norme rigorose”.

E ancora scendendo al Sud: “Facendoci carico della  rabbia della categoria – afferma il coordinatore del comparto di Cna Sicilia, Francesco Cuccia – ci siamo subito mossi. Nelle prossime ore è stata convocata una seduta di Presidenza Cna Benessere e Sanità, sia in ambito regionale che nazionale. Faremo il punto della situazione e porteremo sul tavolo le legittime richieste”. Stesso atteggiamento in Sardegna. “I nostri artigiani sono stati i primi a essere stati bloccati dalle misure contro il contagio da coronavirus – spiegano Antonio Matzutzi e Daniele Serra,  presidente e segretario di confartigianato imprese Sardegna – hanno tenuto abbassate le serrande, continuando a pagare dipendenti e fornitori, saldando affitti e bollette. Ricordiamo come il settore in questi due mesi abbia già registrato un calo del giro d’affari di circa 50 milioni di euro”.

Fonte: LaRepubblica


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