“Questa routine da quarantena mi mancherà”. La confessione sui social di chi teme il 4 maggio

Scritto da on 23 Aprile 2020

“Questa routine da quarantena mi mancherà”. La confessione sui social di chi teme il 4 maggio

Qualcuno lo ammette, a voce bassa o in una chat con pochi membri. Altri lo pensano ma si vergognano di confessarlo anche a se stessi. “Questa quarantena non va poi così male”. “Mi sto abituando”. “Pensavo che l’avrei presa peggio”. “I giorni volano, è come se fosse appena cominciata”. “Sta iniziando anche a piacermi”. Sono frasi che abbiamo letto sui social network e che ci ha detto qualcuno dei nostri amici e conoscenti.

Abbiamo chiesto allo psicologo e psicoterapeuta Federico Ambrosetti se è possibile che qualcuno si sia abituato a questa situazione. “Se per molti questo significa gestire, con difficoltà, la “mancanza” di qualcosa o l’accettazione di convivenze forzate e prolungate, per alcuni la quarantena può rappresentare, paradossalmente, una condizione capace di favorire uno stato di equilibrio mentale“.

“Successivamente a uno stato di disorientamento, tristezza e preoccupazione, percezioni comprensibili nella fase iniziale della quarantena, molti hanno progressivamente cercato di ricostruire una nuova routine quotidiana, fatta di gesti, azioni, momenti che, proprio perché ripetuti in maniera costante nei giorni, hanno assunto una funzione ‘rassicurante'”.

Di certo nessuno si è abituato alla conta delle vittime e dei contagiati. Ma gli ‘affezionati’ della quarantena hanno creato in questo periodo una propria comfort zone in casa, lontano dal confronto con gli altri. Un’oasi domestica distante dallo stress, dalla frenesia e dal peso del futuro incerto, che incombevano nella vita normale e rovinavano le giornate.

“Mi sto abituando troppo a stare a casa, ho paura che poi avrò ancora meno voglia di uscire”, scrive un utente di Twitter. Già, ci vuole poco a crearsi una nuova abitudine. Ventuno giorni secondo alcuni psicologi. “Ho avuto una crisi dopo la seconda settimana, ma ora ho raggiunto la pace“, racconta un altro. Per alcuni non c’è una grande differenza fra la vita prima e durante la quarantena. “Per me non è cambiato molto. La mia vita più o meno tra social distancing e casa è sempre stata così anche prima, sono serena come prima”, si legge su Twitter.

“Chi trova un equilibrio funzionale in questo periodo di restrizione è qualcuno che fa un buon uso della resilienza“, commenta Ambrosetti, “cioè la capacità di fronteggiare gli eventi negativi in maniera positiva e costruttiva, rintracciando nella condizione apparentemente spiacevole alcune opportunità non solo di sopravvivenza, ma anche di sviluppo ed evoluzione della propria dimensione personale”.

La dignità del tempo

Oltre alla generale preoccupazione per l’evoluzione della pandemia e alla debole tolleranza del blocco degli spostamenti, secondo Ambrosetti, molte esperienze raccontano emozioni, pensieri e riflessioni positive.

Molti hanno riscoperto una nuova “dignità” del tempo, soprattutto quando a vivere la quarantena è il nucleo familiare. “Quelli che prima delle restrizioni potevano essere momenti di condivisione in una giornata piena di impegni, oggi diventano veri e propri riti. Il pasto, la pulizia domestica, l’igiene personale, lo studio, lo svago, la videochiamata con parenti o amici. Tutti momenti che si “ritualizzano” acquisendo sostanzialità e pregnanza”.

Abbiamo lasciato un po’ da parte la fretta e lo stress. Abbiamo tempo per stare in compagnia dei propri figli o genitori, per riprendere i contatti con persone che non si sentiva da molto tempo. Si può preparare una pizza con calma, riscoprire i propri hobby, tenere la casa pulita. Riscoprire chi siamo, oltre la frenesia e la fatica delle solite giornate di corsa fra un impegno e l’altro.

“Mi sto dedicando del tempo a fare tante cose che non avevo tempo di fare. Tutto sommato non soffro neanche il non uscire nei weekend”, scrive un utente su Twitter. “Mi annoio anche poco, cucino, mi alleno, musica, serie tv, chiamate, relax, giardinaggio, prendo il sole”, sintetizza un altro. E ancora: “Addirittura mi ritrovo a pensare che alcune cose, come il potermi svegliare 20 minuti prima di iniziare a lavorare, mi mancheranno”

Si lavora in ciabatte e, stress da smart working permettendo, si ha un po’ più di tempo libero. Commenta Ambrosetti: “Il telelavoro, per quanto costituisce una prestazione professionale, avviene in un ambiente familiare e protettivo, in una condizione di maggiore controllo emotivo e, in generale, di facilitata padronanza”.

L’inquietudine del dopo

Quando la quarantena finirà saremo contenti di non sentire più ogni giorno il triste bollettino dei nuovi morti e dei contagiati. Saremo felici di uscire dai nostri appartamenti e di abbracciare di nuovo le persone che ci sono mancate. Ma da quando il governo ha cominciato a parlare di una riapertura delle attività, seppur graduale e a fasi, in alcuni di noi si è diffusa una certa inquietudine. Tutto sarà diverso e non sappiamo bene come sarà. Quali attività potremo davvero tornare a fare e come cambieranno?

Per molti il futuro sarà diverso da come lo prevedevano: lavoratori, aziende, liberi professionisti. C’è chi ha perso il lavoro (o la probabilità di trovarne uno) o guadagni. “L’impatto che questa emergenza sta avendo a livello economico è sotto gli occhi di tutti. L’ansia del futuro è assolutamente giustificata e ognuno di noi deve comprendere che è assolutamente normale rispetto a ciò che stiamo vivendo”, spiega Francesco Minelli, psicologo e psicoterapeuta.

Tutti potremo avere paura di stare in mezzo a tante persone e di contrarre il virus oppure di infettare un amico o un parente. Aver vissuto una pandemia è un trauma con cui dovremo convivere per sempre, secondo il libro The Psychology of Pandemics. Un viaggio in metropolitana potrà diventare un incubo. “La paura e la diffidenza verso l’altro non ci abbandonerà tanto presto”, sostiene Minelli, “Quando usciremo di casa potremo avere sintomi diversi e soggettivi ma faremo fatica a fidarci di nuovo degli altri: il contatto ravvicinato ci farà paura per un po’ di tempo. Questo porterà probabilmente a comportamenti di evitamento e a uno stato di allerta costante”.

Un po’ per tutti uscire di casa significherà rimettersi in gioco. Con la fine della quarantena ritornerà il pensiero del futuro che prima avevamo messo in stand-by. Tante possibilità, ma anche tante preoccupazioni che ritornano. Questo limbo aveva messo in pausa tutto: quel concorso per cui studiare, quella decisione da prendere. Non si poteva programmare niente. Adesso potremmo tornare a farlo, con gioie e ansie annesse.

Come prepararsi al ritorno alla normalità?

“Non è semplice affrontare queste paure perché sono strettamente legate al nostro vissuto personale e hanno bisogno di tempo per diminuire gradualmente”, sostiene Minelli. “La cosa più importante sono la consapevolezza e l’accettazione”. Per ‘consapevolezza’ lo psicologo intende la capacità di riconoscere i vissuti emotivi quando si manifestano e di ‘osservarsi dall’esterno, un obiettivo per cui è utile la pratica di meditazione Mindfulness. ‘Accettazione’ significa osservare le proprie reazioni, le proprie emozioni e accoglierle senza giudicarle, ascoltare ciò che ci stanno dicendo e non evitarle.

Secondo Minelli, un’altra arma per affrontare il dopo quarantena è il ‘senso di comunità’, cioè la possibilità di vedere questa emergenza come un’occasione per sentirsi più uniti nella difficoltà. “Questo virus ci impedisce la vicinanza fisica ma non deve impedirci la vicinanza psicologica ed emotiva. Non dobbiamo sentirci soli in quello che stiamo provando. Non teniamoci tutto dentro. Se avremo il coraggio di condividerlo permetteremo anche all’altro di farlo”.
Fonte: MashableItalia

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