Il lockdown è finito, consigli per ripartire a livello psicologico sconfiggendo ogni paura

Scritto da on 19 Maggio 2020

Il lockdown è finito, consigli per ripartire a livello psicologico sconfiggendo ogni paura

Il lockdown è finito, consigli per ripartire a livello psicologico sconfiggendo ogni paura
Ripartire sapendo che ci sentiamo fragili, ma anche forti di un bagaglio di risorse inaspettatamente trovate dentro di noi. La fase 2 ci mette di fronte a “riaperture” anche emotive a persone e situazioni, ecco alcuni consigli per affrontarla al meglio

Nel periodo del confinamento si sono sollevate molte suggestioni, la paura ha attivato sensazioni nutrienti di vicinanza, di solidarietà, di partecipazione. Non sappiamo che ruolo avranno nella fase 2, se effettivamente questo reset ha sostenuto cambiamenti costruttivi a livello collettivo o se invece, al contrario, ha aumentato competizione e divisioni.
Certo questa emergenza non può essere pensata solo come un incidente di percorso e allora Pronti, attenti, via, si riprende da dove si è lasciato, c’è bisogno di darle un significato, di confrontarci con le dimensioni della perdita e del limite. È stato un trauma collettivo, non possiamo negarlo, ci saranno emergenze psicologiche da affrontare. A livello personale però possiamo fare qualcosa per spronare risposte adattive ora che la crisi sanitaria è in parte rientrata e la percezione del pericolo ridimensionata. Soprattutto adesso che dobbiamo riprendere a lavorare. Partendo da alcuni spunti di riflessione.

“Riaprire” agli altri

Intanto chiedendoci, in linea con le riaperture di questa fase, cosa e a chi vogliamo riaprire dentro di noi, perchè ovviamente non torniamo al prima, noi stessi non siamo uguali, non sarà un ritorno alla normalità e per certi versi meglio così, perché forse la nostra normalità non la rivogliamo, abbiamo capito di voler cambiare qualcosa. Per questo, in senso psicologico, per non rimanere schiacciati dal senso di impotenza, bloccati negli stessi schemi di vita, cerchiamo di aprire a spazi di possibilità, a nuove prospettive. Freniamo invece sulla riapertura dei confini con persone o situazioni delle quali non ci fidiamo o ci fanno stare male.

Fare tesoro delle risorse incontrate dentro di noi

Guardarsi indietro e rivalutare la quarantena oltre gli aspetti dolorosi,perché forse ci è servita per fare un dato passo, per accorgerci di certe cose. Cerchiamo di estrarre dall’esperienza passata risorse utili. Ad esempio possiamo aver imparato a comunicare meglio con le persone vicine, ad esprimere più profondamente i sentimenti, forse abbiamo recuperato dei rapporti. Quando torneremo alla normale socializzazione può essere che ci troveremo in una comunità con una migliore capacità di relazione. Chissà.

Ripensare tempi e organizzazione del lavoro

Flessibilità potrebbe diventarela parola chiave di questa fase. Via “ho sempre fatto così”, “sono certo di …”, adesso c’è bisogno di lasciare il controllo, di sviluppare qualcosa di diverso. È l’elasticità a portare adattamento, non è facile farla nostra soprattutto se siamo molto impostati nei propri modi di fare e di pensare. Ma possiamo allenarci. Questo è il momento di gestire le novità sbloccando, come fa il governo con finanziamenti e contributi, i propri fondi straordinari di creatività e di curiosità.
Flessibilità dotrebbe essere la parola d’ordine anche per chi offre il lavoro, pianificando un rientro graduale ad esempio, consentendo cambiamenti di orari per permettere ai lavoratori di prendersi cura della famiglia: c’è bisogno anche di sicurezza psicologica, non solo di misurazione della temperatura e distanziamento fisico.

Normalizzare la paura, l’ansia, la rabbia

Ripensiamo a quando abbiamo superato qualcosa di brutto nel passato. Ricordare che siamo riusciti ad andare avanti dopo aver sofferto può aiutarci. Il mantra Andrà tutto bene non ha senso se non aggiungiamo che al centro di questo processo ci siamo noi e che non esiste solo il lieto fine ma nel percorso affronteremo anche paura, dolore, incertezza oltre a speranza e coraggio.
Di fronte ad un’emergenza la vulnerabilità è sana e adattiva. Permettiamoci di sentirci demotivati, incapaci di reagire, di produrre, di sentirci strani nel nostro solito ambiente lavorativo, probabilmente stiamo elaborando a livello profondo per ricaricarci. Diciamo pure a noi stessi di sentirci insicuri, esorcizziamo la paura, tiriamo fuori questa emozione vitale, proviamo a scrivere le preoccupazioni su un foglio, sembreranno più gestibili e meno assordanti rispetto a quando girano libere nella mente.

Ripensare i concetti di vicinanza/distanza

Cambiamenti fisici e psicologici stanno alterando le prospettive, le distanze saranno percepite diversamente, il mondo sembrerà un posto più grande di quello a cui siamo abituati. Distanziamenti e limiti contribuiranno ad alterare gli spazi sociali, portandoci a ripensare a come stare vicino agli altri. Investiremo evidentemente nelle relazioni in altro modo, costruiremo il contatto, la vicinanza, l’intimità su altre cose, sfrutteremo altri codici espressivi. Sussurrarsi i propri segreti o prendersi per mano sarà impossibile ma ci guarderemo di più negli occhi ad esempio, sopra la benda della mascherina. Anche tra colleghi.

Dare spazio alle emozioni e alle relazioni

Cerchiamo di proteggere le piccole grandi cose che ci fanno stare bene, che ci danno pace, interesse, curiosità, passione. Una camminata, una musica, ognuno ha la propria. Una pausa in più mentre si lavora. Sono piccole emozioni in grado di smuovere interi processi biologici, con tanto di neurotrasmettitori e ormoni, dal grande valore protettivo e disintossicante.
Mai come adesso possiamo renderci conto dell’importanza delle relazioni, dello strardinario potere nutriente dei legami, dell’interdipendenza sociale, di come non siamo indipendenti e autosufficienti. Esiste una consistente letteratura scientifica sul supporto sociale e le vie neurobiologiche attraverso le quali agisce per favorire resilienza – l’adattamento psicologico efficace di fronte alle avversità – e ridurre il rischio di malattia. Secondo alcuni studi più forte è il trauma vissuto maggiori sono i benefici del sostegno sociale. Possiamo allora aiutare noi stessi semplicemente mettendo mano ai nostri rapporti, essendo più disponibili, aperti, empatici, uscendo dall’egocentrismo emotivo che distorce la comprensione degli altri. Abbiamo un cervello sociale sorprendente, programmato per entrare in rapporto, collaborare, scambiare. In questo periodo, lo abbiamo visto, sono circolati coraggio, solidarietà, compassione, gentilezza, generosità, non sprechiamoli, possiamo attingere da qui e ripartire.
Fonte: D.Repubblica

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