Addio a Lee Perry, guru del reggae e del dub

Scritto da on 31 Agosto 2021

Il mondo è il suo strumento”, aveva detto di Lee ‘Scratch’ Perry il chitarrista dei Rolling Stones. Uno dei grandi guru del reggae del dub, Perry è morto a 85 anni in un ospedale di Lucea, in Giamaica, salutato dai messaggi di cordoglio di band come i Beastie Boys che avevano lavorato con lui nell’arco della sua lunga carriera: “Siamo stati ispirati da questa vera leggenda”. Bob Marley era uno degli artisti con cui aveva collaborato. Ma nel 1977, dopo aver prodotto con i Clash il single “Complete Control”, Paul e Linda McCartney si recarono in pellegrinaggio nel suo studio di Kingston, Black Ark, per registrare alcune canzoni. Tre anni più tardi, dopo aver appreso che McCartney era stato arrestato a Tokyo per possesso di marijuana nel bagaglio, Perry intercedette con il ministro della giustizia del Giappone: “Non una quantità eccessiva. Le intenzioni di Master Paul sono positive”. Perry era nato in una famiglia poverissima e da ragazzo aveva lasciato presto gli studi: “Non c’era altro lavoro che nei campi”, aveva spiegato poi: “Così cominciai a giocare a domino e a leggere nella mente degli altri”. Negli anni ’50 era stato assunto come assistente da Clement “Coxsone” Dodd, capo dell’etichetta reggae Studio One. Dopo aver litigato con Dodd, si era unito a un altro producer, Joe Gibbs, poi nel 1968, dopo una nuova rottura, aveva creato la sua band, gli Upsetters, con una serie di dischi ispirati agli spaghetti western. Le sue sperimentazioni sonore erano leggendarie: stratificando ritmi e ripetizioni ‘Scratch’ aiutò Marley, Max Romeo, Junior Murvin e i Congos a sfondare sulla scena internazionale. Perry usava pietre, acqua, utensili di cucina, vetri rotti, perfino il pianto di un bambino e a Black Ark il box della batteria era recintato da una rete da pollaio per distorcere il suono. Leggenda vuole che avesse modificato l’effetto di un tamburo seppellendo un microfono alla base di una palma o, un’altra volta, soffiando sul microfono il fumo della marijuana. Era religioso al limite della superstizione: spruzzava i nastri appena registrati con fluidi come whisky, ma anche sangue o pipì, per rafforzarne le proprietà spirituali. Misteriosa la distruzione dello studio, andato a fuoco alla fine degli anni Settanta, dopodiché il musicista si era trasferito a Londra e poi in Svizzera. Nel 2003 aveva vinto un Grammy per l’album “Jamaican ET”. Un documentario sulla sua vita, “The Upsetters”, narrato da Benicio Del Toro, era poi uscito cinque anni più tardi.


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